Sto seguendo con attenzione le Olimpiadi di Rio, sia in televisione, orari permettendo, sia attraverso le testate giornalistiche e vari siti web. Di recente è balzato all’onore della cronaca la verifica, per alcune atlete dell’atletica leggera tra cui l’indiana Dutee Chand, del loro status di donne, secondo un protocollo previsto che va ad indagare l’iperandrogenismo. Un test presente da marzo 2011 e introdotto dalla Iaaf (Associazione Internazionale delle Federazioni di Atletica Leggera), che va a verificare la produzione di testosterone che le atlete producono spontaneamente, e che non può superare un certa soglia, pena la squalifica. Una prassi che ha un storia ben nota. Da quando le donne furono ammesse alle Olimpiadi, con la seconda edizione (1900), si iniziò a verificare il loro essere “veramente donna” attraverso alcuni test, primo fra tutti una verifica fisica della femminilità del corpo. Dagli anni Sessanta del secolo scorso, con l’arrivo di nuove tecnologie mediche per studiare il genoma e i livelli ormonali, si iniziò a valutare eventuali vantaggi che le donne potevano avere, se scoperte con caratteristiche maschili, fino ad arrivare al test del testosterone. Non sono mancati i “certificati di femminilità” richiesti, o le parate nude, a cui le atlete si sottoponevano, di fronte ad una commissione esaminatrice. Altre verifiche utilizzate sono: ecografie, palpazione delle zone genitali esterne ed interne, classificazione della peluria e del seno. Tutto questo per categorizzare le donne all’interno delle competizioni sportive, e far sì che non ci fossero casi di uomini che potessero competere nelle gare femminili e vincerle, come accadde ai giochi di Berlino del 1936.
Come possiamo decidere se una persona appartiene alla categoria uomo o alla categoria donna? Se non ci fosse possibilità di attuare dei test o di accedere al corpo nudo, ci affidiamo a ciò che la cultura ci indica cosa è uomo e cosa è donna: ad esempio, la voce, il portamento, il taglio di capelli, gli abiti. Se vogliamo rivolgerci alla scienza e alla psicologia, avremo da prendere in considerazione altri fattori: l’assetto cromosomico, lo sviluppo embrionale, gli ormoni presenti nel corpo e come questi interagiscono con i tessuti, le caratteristiche fisiche (e non solo quelle sessuali primarie e secondarie), l’identità di genere (mi riconosco come uomo come donna?), i ruoli di genere che agiamo. Secondo il Consensus statement on management of intersex disorder, un documento redatto nel 2006 dalle associazioni di endocrinologi statunitensi ed europei che dava le linee guida per trattare i casi di persone intersessuali, almeno un neonato su 4500 presenta una discordanza tra assetto cromosomico, gonadico e fenotipico.
E questo cosa ha a che fare con l’iperandrogenismo? In un articolo del 2012 di Katrina Karzazis - antropologa e bioeticista - e sue collaboratrici, apparso nel The American Journal of Bioethics, si rivela come questa condizione può essere dovuta sia a situazioni cliniche particolari, quali l’ovario policistico, sia a situazioni di intersessualità. Un esempio tra tanti è la sindrome di Morris, o sindrome da insensibilità agli androgeni. Si nasce con un corredo cromosomico maschile (xy) ma, in base alla possibilità dei tessuti di assorbire gli androgeni che sono naturalmente prodotti dal corpo, il feto si svilupperà in modo più o meno femminile o più o meno maschile. Le donne con questa sindrome potrebbero avere valori alti di androgeni ma non poterne farne alcun uso, in quanto il corpo ne è insensibile. Lo Iaaf Ruth Pawander, nel suo articolo apparso nel New York Times lo scorso 28 giugno, scrive che, durante il processo a Dutee Chand presso il tribunale sportivo, i testimoni di Chand dichiararono che, “secondo la scienza ci sarebbero altre 200 anomalie che possono garantire specifici vantaggi in gara”. Inoltre, gli stessi rappresentanti della Iaaf dichiararono che “nessuna ricerca scientifica ha mai dimostrato che livelli insolitamente alti di testosterone naturale determinano prestazioni eccezionali nello sport femminile”. Ed inoltre, “i livelli di testosterone naturale degli uomini non sono regolamentati perché non è provato che gli uomini con un testosterone eccezionalmente alto abbiano un vantaggio in gara”.
Sono donna o sono uomo? Quali sono gli aspetti che prendiamo in considerazione per rispondere a questa domanda? Nelle competizione sportive sembra che la quantità di testosterone nelle donne faccia da discriminante. Anche se, abbiamo appurato che ci sono molti altri fattori da prendere in considerazione che, non sempre, si accordano tra loro secondo un solo genere ma, se presi insieme, possono restituirci ciò che noi possiamo essere.

Elena Toffolo

Bibliografia

Katrina Karkazis, Rebecca Jordan-Young, Georgiann Davis & Silvia Camporesi (2012): Out of Bounds? A Critique of the New Policies on Hyperandrogenism in Elite Female Athletes, The American Journal of Bioethics, 12:7, 3-16
Ruth Padawer “Troppo Veloce” in Internazionale 1163, 22 luglio 2016, traduzione di “The Humiliating Practice of Sex-Testing Female Athletes”, New York Times, 28 giugno 2016
Huges I. A. et al. (2006), Consensus Statement on Management of Intersex Disorder, Archivies of Disease in Childhood, 91 , 554-563.

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